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Ben-Essere al lavoro, Giulia Cavalli: lo stupore

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Al lavoro, sia come singoli professionisti sia come dipendenti o collaboratori di un’azienda, si entra in relazione con diverse persone (clienti, colleghi, superiori ecc.) sia di persona, sia tramite mezzi come lo smatphone e il computer. Tra telefonate, messaggini o whatsapp, mail, post sui socials, ma anche incontri e strette di mano (anche se queste ultime stanno diventando sempre meno), tessiamo continuamente reti di rapporti, che svolgono diverse funzioni per ciascuno di noi.

Ci sono rapporti prettamente professionali (per consolidare o ampliare il proprio contesto lavorativo) e quelli che, all’interno del lavoro, hanno anche un carattere affettivo, di confidenza e sostegno reciproco, così come ci sono i rapporti extra-lavoro, costituiti da amici e familiari che riempiono il cuore.

Parole, silenzi, gesti…tutto concorre a dare uno specifico sapore a ciascuno di questi rapporti, per cui impariamo a sapere cosa aspettarci dall’altro e l’altro cosa aspettarsi da noi.

Il crearsi di aspettative reciproche, permette di muoversi con sicurezza in una relazione: “so che con te devo agire in questa maniera”, “so che per ottenere questo da te devo fare così”, “so che da te posso aspettarmi un certo tipo di comportamento”. Questo vale sia per i rapporti cosiddetti positivi, in cui si è in sintonia, sia per quelli in cui bisogna sempre stare all’erta, o che creano in noi disagio o rabbia. In ogni caso ci si è fatta un’idea dell’altro e del suo modo di stare in rapporto con noi.

Tutto questo accade spontaneamente: il nostro cervello ha bisogno di economizzare le energie, per cui basarsi su idee e aspettative, consente di sapere subito come muoversi, senza sprecare forze e tempo. Si creano delle abitudini anche nelle relazioni, che sono binari sicuri che percorriamo quotidianamente. Quando le aspettative vengono infrante, ecco allora che si aprono gli occhi: ah…ma allora le cose non stavano proprio come pensavo!

Un cliente sempre accomodante si mostra aggressivo, un collega estremamente riservato mi fa inaspettatamente delle confidenze, un capo ostile sembra accorgersi finalmente delle mie competenze, un amico fidato non sembra più appoggiare le mie idee. Non me lo aspettavo!

La prima reazione è quella di spalancare gli occhi: è la reazione della sorpresa, che proprio con l’aprire gli occhi ci permette fisicamente di avere una visione più ampia di ciò che è intorno. Questo è un meccanismo biologico esito della nostra evoluzione e finalizzato alla sopravvivenza: quando qualcosa di nuovo irrompe nello scenario, prima di sapere se sia positivo o negativo, è necessario ampliare la prospettiva, vedere meglio e guardare oltre i soliti confini visivi. E poi si reagisce: c’è chi nega (anche di fronte all’evidenza) che la sua aspettativa sia stata violata e ritorna sui binari già tracciati, c’è chi si ritira in se stesso, chi va incontro o in scontro con l’altro, chi cerca disperatamente nuovi binari e chi ne crea dal nulla, chi agisce impulsivamente e chi cerca di capire cosa sia successo.

Lo stupore è un’emozione meravigliosa, anche quando foriera di brutte notizie, perché in un certo senso “risveglia” il cervello, rompe degli schemi, innesca riflessioni che mai avremmo pensato di fare. Lo stupore ci toglie per un attimo dalla nostra zona di comfort, da ciò che è conosciuto, dalle strade asfaltate. E ci apre – a patto che lo sappiamo cogliere e accogliere – a un nuovo apprendimento. Nell’ampliare la visione, possiamo scorgere nuove vie, incroci inattesi, vicoli che ci accorgiamo essere ciechi. E in questo nuovo scenario scopriamo anche qualcosa di noi stessi.

Da bambini viviamo spesso questo stato di stupore: tutto sembra nuovo! E si è pronti a cogliere le opportunità che ogni nuova scoperta (anche negativa e dolorosa, come una porta chiusa sulle dita o la bruciatura del fuoco) porta con sé.

Allora ogni tanto, senza arrivare al fatidico “non me lo aspettavo!”, possiamo lasciar andare gli schemi in cui mettiamo noi stessi e gli altri, prendere coscienza che non potremo mai sapere davvero e fino in fondo come si comporterà l’altro, andar oltre la routine e le abitudini, sostare con sicurezza nell’incertezza. Questa è la fonte della creatività e dell’energia vitale.

Ben-essere al lavoro

di Giulia Cavalli

Giulia Cavalli

CHI È GIULIA CAVALLI
Psicologa e psicoterapeuta, psicoanalista e ipnologa, Giulia Cavalli è dottore di ricerca e docente presso l’Università Cattolica di Milano, l’Università degli Studi di Bergamo e la Società di Psicoanalisi della Relazione di Milano. E' parte del Comitato Scientifico di S News e cura la rubrica Ben-Essere al lavoro, sia sulla rivista S News che su snewsonline.com. Dirige un proprio centro di psicologia e psicosomatica a Gessate (MI) ed ha fondato Sephirah, un’associazione senza scopo di lucro che promuove il benessere all’interno dei contesti familiari e lavorativi. È consulente e formatrice presso diverse realtà aziendali ed enti pubblici. Oltre un centinaio i contributi, tra libri ed articoli scientifici e divulgativi. Tra questi il recente “Crescere e far crescere. Spunti teorici e applicativi per il lavoro relazionale” (Sephirah ed., 2017).

31.08.2018


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